L'estate - Diario di giardinieri






L'ESTATE

DIARIO DI GIARDINIERI


✍️ Rubrica di giardinaggio a cura di Caroline Moccia, Edoardo Improta e Fabrizio Montanari.


Gli articoli sulle altre stagioni:

👉 La primavera

👉  L'inverno

👉  L'autunno


Consigli per un giardiniere estivo:

- osservare il quadro indiziario del giardino nel suo sovra-eccitamento estivo

- imparare ad usare il decespugliatore come se fosse una matita con cui tracciare minuziosamente i contorni del disegno del prato


In estate le pratiche giardiniere seguono una ritmica più lenta e un’attitudine più discreta: non si svolgono le piantumazioni e le progettazioni come in primavera e in autunno. Le temperature estreme frenano la frenesia vegetativa, come d’altronde quella di noi giardinieri.

Il grande giardino dei 300 ora ha sete, caldo, si è quasi messo a riposo. Tranne le vagabonde. Loro no, loro si espandono, fioriscono, sfioriscono e rifioriscono ancora. Noi giardinieri dei 300 siamo ridondanti con questa storia delle vagabonde, del giardino in movimento e tutte le pippe che ne conseguono. Ma la reiterazione viene ricontestualizzata ogni volta attraverso la presa diretta sull’estemporaneità dell’ambiente. Stesso schema ideologico – o stesso schema anti-ideologico – e ogni volta un’altra storia, perché questo paradigma di riferimento è il movimento, quindi un anti-paradigma. Ma slittiamo dalle speculazioni filosofiche al campo, perché la giardinologia è la scienza del campo, è la filosofia incarnata nel mutamento del campo, quindi del giardino.

Le vagabonde dei 300 soprattutto tra il mese di giugno e quello di luglio sono immerse nella rete relazionale circostante: la fauna impollinatrice è tremendamente eccitata, sedotta dalle infiorescenze variopinte, fragranze sballanti, forme di tutti i tipi. L’estate è proprio il momento di massima attività del mondo erbaceo e noi qui lo accogliamo ex aequo senza distinzioni di classe, genere e nazionalità. È un “giardino planetario” con specie botaniche atterrate dopo un viaggio con il vento o con la fauna o con il giardiniere e poi insediate con diritto di cittadinanza attiva e partecipata come tutte le specie già presenti.

Questa volta in questo diario non mi perderò in una carrellata di infinite specie botaniche che abitano e deformano lo spazio in questo momento dell’anno. Sono troppe, sono incasinate, sono una tempesta di identità ribelli e vagabonde, come poter solo immaginare di ridurre tutto ad un elenco enciclopedico? Quella estiva è una performance giardiniera senza solisti, senza leader, reginette, numi tutelari. L’accento è posto sul rapporto infra-specifico che si crea tra gli agenti presenti nell’ambiente. E chi si perde negli attorcigliamenti serpentini del Lythrum salicaria si imbatte fisiologicamente anche, e soprattutto, nel suo articolarsi in relazione alle forme della Verbena Bonariensis, alla generosità architetturale della Gaura lindheimeri, alla leggerezza della Scabiosa ‘Alba’, all’effetto piumoso della Jarava Ichu e alla presenza fredda del blu del Panicum virgatum. Uno svolgersi illogico di forme, un fiume che ingloba la distanza di tratti biologici, storici, socio-culturali di tutte le specie botaniche presenti.

Ci sono quattro mondi erbacei ai 300: i mondi di vagabonde erbacee in vaso, i mondi orticoli che combattono contro la prepotenza di certe vagabonde, i mondi progettati e integrati con specie vagabonde importate da noi giardinieri, i mondi eco-anarchici circoscritti geometricamente con la macchina dell’erba. Sembrano paradossi aggrovigliati, ma il giardino è proprio il luogo della non definizione e la contraddizione diventa linfa vitale dell’esercizio del vivente. Insomma, ci sono quattro dimensioni erbacee localizzate nella mappatura psico-geografica del giardino. Un vivaio giardino anche per un’auto-produzione delle zone progettate. Due grandi semi-cerchi centrali progettati con le vagabonde auto-prodotte, quindi un luogo di sperimentazione di progettazione del paesaggio. Gli orti dei soci, un mondo di scambio colturale e culturale. E infine le aiuole geometriche eco-anarchiche, le parti di prato non falciato, ma lasciato libero di creare altre relazioni e altri movimenti. Questi frammenti di prato non falciato definiscono sentieri, segmentano lo spazio, moltiplicano le prospettive.



Noi giardinieri cerchiamo quindi di accompagnare la ritmica di questo moto: un po’ di diserbo selettivo, investigatorio, consapevole, un po’ di annaffiature sempre attente al quadro indiziario, qualche rinvaso urgente, qualche ramo secco da potare, i fiori sfioriti da recidere, dei tagli di prato dove necessario, quindi la definizione continua di spazi geometrici eco-anarchici di vagabonde spontaneizzate utilizzando gli strumenti per falciare come se fossero matite che definiscono un disegno. Ma la pratica più importante del periodo è l’osservazione. Ne succedono di tutti i colori, come privarsi del privilegio di ricevere scariche informazionali perpetue, individuare dettagli inediti dell’indagine giardiniera, interrogare gli elementi sovversivi e quelli invece reiterati in toto?

In questi giorni, in pochi istanti, una tempesta di informazioni. Facciamo un esempio di osservazione estiva giardiniera:

Perché la Jarava ichu reagisce così bene al terreno argilloso, quando tutti i manuali botanici insistono sulla sua necessità di aridità e drenaggio?? Ah, ecco i fiori dell’Anthemis nobilis: vuol dire che si è spostata verso la vigna quest’anno! Guarda la diversità di comportamento che ha il Lychnis coronaria all’ombra rispetto a quello in pieno sole. Qui le specie piantumate in primavera non riescono a bere abbastanza, questo ci fa comprendere il livellamento della collina. L’helianthus tuberosus ha preso il sopravvento, lo sradico con il rizoma da mesi ma continua a spuntare ovunque. A questo punto proviamo a reciderlo e farlo crescere più compatto dell’anno scorso almeno! Quell’angolo laggiù ormai è suo! Quella Canna indica è sovrastata dall’Echinops ritro, inaspettatamente vigoroso anche nell’argillosità ostile di questo giardino, mettiamoci due bastoncini di bambù per separarle un po’. Quanti impollinatori sulle infiorescenze dell’Agastache rugosa! Il Daucus carota è l’unica specie che riesce ad attecchire in questo angolino dell’aiuola poco fertile, magari pian piano rifertilizza lo spazio favorendo l’insediamento di piante più esigenti. Restituisce azoto al terreno, sventra le muraglie di argilla con il suo carotone fittonante, riattiva e protegge la flora sotterranea e con le sue infiorescenze integra nuovi visitatori nello spazio. Quell’aiuola eco-anarchica geometrica è piena di Trifolium pratense, si vede che si è trovato bene, diserbiamolo un po’ dalle altre competitrici e favoriamo la sua proliferazione, non sarebbe male un’aiuola tutta viola! Ma guarda quanti semi che ci sono in ogni bocciolo di Digitalis! Ora che sono sfiorite è possibile capire la sua generosità di sementi.

Un fiume che scompone e ricompone: perché in un giardino tutto passa, ma tutto resta anche, citando il focus dello spettacolo sense-specific di Gabriella Salvaterra che ha debuttato proprio in questo giardino poco tempo fa. Tutto resta perché – se non si distrugge in toto per poi colonizzare ex novo - ogni piccolo gesto provoca e si fa provocare da una concatenazione processuale, depositandosi nel grande archivio esistenziale del decorso storico del vivente e partecipando persistentemente alla sua mise en scène silenziosa.


Api, apicoltura e apicultura

Si sentirà a lungo parlare tra gli apicoltori della stagione 2021? Speriamo di sì. Speriamo di poterla archiviare come un’eccezione. Dopo le gelate di aprile, maggio non è stato da meno: temperature abbondantemente sotto media e vento costante. Il raccolto del miele di tarassaco compromesso, quello di acacia azzerato. Le famiglie di Apis mellifera perturbate da queste condizioni meteo da tempesta perfetta che non riescono tuttora a riguadagnare i loro equilibri. In alcuni areali si è dovuto nutrire artificialmente le api fino almeno alla terza settimana di maggio, fino alle porte dell’estate, per evitare che morissero di fame. Una cosa inaudita. L’apiario dei 300 scalini non è sfuggito a questo disordine climatico e vegetativo. I tempi di molte fioriture hanno subito ritardi (l’ha visto bene chi ha l’orto), ma soprattutto il vento asciutto e continuo e quotidiano, ha spazzato via l’umidità ambientale che le api da miele adorano durante la bella stagione e che permette al nettare dei fiori di non disidratarsi anzitempo. Come conseguenza, le fioriture che sono scampate alle gelate di aprile erano molto meno appetitose e molto meno ricche. In più si sono affacciate le virosi tipiche di stagioni fredde e instabili: mal di maggio e paralisi.

A giugno nemmeno il tiglio è riuscito a essere generoso come al solito e se non si è in zona di castagneti, l’unica speranza durante l’estate viene dai prati. Il trifoglio spopola, quello bianco è particolarmente visitato dalle api, il suo nettare è chiaro e ricco. Ma come se non fosse bastata questa agghiacciante primavera, ci si è messa la gestione cittadina del verde a chiudere il cerchio di un anno infausto. Intorno all’oasi felice dei 300 scalini, il parco del Pellegrino è stato recentemente raso al suolo. Nell’arco di un solo giorno i suoi ettari di prato sono spariti, ridotti ad un campo da golf giallo, riarso e per nulla invitante. Immaginiamo quanti insetti tipici dei prati avranno dovuto riparare altrove o avranno perso la loro occasione di riprodursi. L’unica nota positiva, in questo quadro arido, è che molti di quegli insetti hanno trovato rifugio da noi. Da un po’ di giorni siamo felicemente invasi da una quantità e una varietà sorprendenti di farfalle e di api selvatiche, che si ristorano nel nostro rigoglioso e colorato giardino. Lì trovano nettare e polline, trovano acqua e trovano i loro partner, in fugaci e capricciosi svolazzi. Intorno ai fiori di salcerella, è un incessante va e vieni di api solitarie: Eucera, piccola con le sue lunghissime antenne; Andrena, simili alle api da miele, ma più piccole, fanno avanti e indietro dai loro nidi scavati nel terreno; Anthidium, detta ape cardatrice perchè arreda il suo nido con fibre vegetali, simpaticissimi e irruenti i maschi, che pur non potendo pungere, sfidano anche gli uomini, se entrano nel loro territorio. Forse è stato un presentimento quello di allestire poco tempo fa un bee-hotel, per aiutare questi insetti di importanza ecologica fondamentale a trovare facilmente un sito di nidificazione. La struttura è quasi ultimata, ma già le osmie hanno occupato i primi posti. Le nuove generazioni nasceranno nel 2022 dalle uova deposte quest’anno, in un ciclo silenzioso, paziente e lunghissimo se confrontato a quello di Apis mellifera, che nasce dopo sole tre settimane. Chissà che le nasciture non trovino il prossimo anno una primavera rigogliosa e clemente, come così dovrebbe essere.