L'inverno - Diario di giardinieri


L’INVERNO
DIARIO DI GIARDINIERI

✍️ Rubrica di giardinaggio a cura di Caroline Moccia



Il retroscena della performance primaverile


Il gelo e il riposo. Ma non è mera sospensione. È propedeutica silenziosa che ritorna puntuale ma anche ogni volta innovativa. La rifinitura prima dello spettacolo. Il sipario si apre in primavera ma il retroscena è un continuo lavorìo di co-costruzione e preparazione alla metamorfosi. È il momento ideale per agire sulla, o meglio, con l’impalcatura strutturale della mise en scène. La sobrietà dell’architettura del giardino d’inverno svela le linee costitutive dello spazio. E quindi offre al giardiniere uno sguardo senza orpelli o decorativismi, trasparente circa il suo disegno progettuale e i suoi dettagli narrativi.

Le forme delle chiome delle alberature che si mostrano nude e sfacciate aiutano il giardiniere a comprendere come contribuire all’aggiustamento strutturale della coreografia che debutterà la stagione successiva. Inoltre, con il gelo il traffico linfatico nelle loro conduzioni è fortemente rallentato. Le vie sono libere e quindi legittimano anche lo sbarramento del seghetto, o della cesoia, o addirittura della motosega. Le piante hanno gli strumenti per compartimentare e cicatrizzare le ferite provocate dalle potature. Ma devono essere interventi non invasivi, specializzati, o insomma, consapevoli del funzionamento soggettivo della pianta su cui si agisce. O meglio, con cui si agisce, con cui ci si deve coordinare per accompagnare questo grande récit collettivo.


Le potature e i lavori invernali


Lo scorso inverno ci siamo occupati del risanamento e della ristrutturazione dei frutti e degli alberi presenti ai 300 scalini. Invece quest’anno ci siamo concentrati sul confine tra il nostro grande giardino e il terreno della scuola. Quercus, Fraxinus, Ailanthus, Clematis, Hedera, una siepe maestosa che costruisce un continuum sviando ogni tipo di barriera. Gli interstizi rappresentano sempre dei luoghi densi di incontri e negoziazioni. Lo scarto che si configura tra la nostra organizzazione sociale e quella delle piante produce un corto-circuito sul sistema di suddivisione a cui noi facciamo riferimento di consuetudine. Questo porta a un ripensamento della concezione di proprietà: la forma di un albero che cresce su un confine svia ad ogni linea di separazione; un rampicante permea le reti e i muretti che definiscono gli spazi; le piante vagabonde saltano da una parte all’altra indifferenti a recinzioni o cancelli. Come coordinare l’intenzione di queste specie che scavalcano i margini con gli altri abitanti dei luoghi compartimentati? E se fosse invece un unico grande palcoscenico in cui molteplicità viventi si intersecano e si organizzano in relazione ad esso?

Quando si sale su un albero per lo svolgimento di una potatura l’angolatura della visione cambia: le muraglie erette avidamente da noi piccoli proprietari individualisti si smaterializzano nell’aria. L’obiettivo diventa il conseguimento della direzione della struttura della pianta e la ricerca di una convergenza con le storie di vita che abitano lo spazio. Le pratiche che vengono richieste per concretizzare questo punto d’incontro sono tante e altamente contestuali. Direzionare una branca verso un angolo libero dalle altre chiome o sfoltire per garantire un passaggio corretto di luce e aria per evitare il disseccamento delle parti coperte ecc. L’intervento di potatura che prevede l’asportazione delle parti secche, la rimonda, non è sempre necessaria. Nelle zone boschive e incolte è possibile non svolgere l’estrazione perché se cade il ramo interessato non rischia di colpire qualcuno e procede poi verso la decomposizione, e quindi verso l’arricchimento della flora sotterranea. Ma le branche secche che si trovano adiacenti a un passaggio o a un confine rischiano di compromettere la sicurezza di chi abita lo spazio. Da qui la ricerca di un compromesso co-costruito con la conformazione della pianta e l’abitabilità dello spazio: l’asportazione e la prevenzione del secco attraverso delle potature di risanamento e ristrutturazione di rimonda.

La tecnica che utilizziamo – il Tree climbing - si basa su un sistema di arrampicata basato su corde, cordini, moschettoni, discensori, nodi, pedali. Preferiamo optare per questo modus operandi perchè, oltre che ecologicamente sostenibile per l’assenza di macchinari inquinanti, permette di entrare nel cuore pulsante della pianta interessata, di captare informazioni dettagliate e indizi circa il suo portamento e la sua stabilità che dall’esterno con il cestello (PLE) non sarebbe possibile individuare.

Abbiamo svolto quindi la rimonda sulle due grandi querce (Quercus pubescens) presenti ai 300. La quercia sul confine all’entrata a destra e quella che si trova adiacente al giardino della scuola all’inizio del sentiero del boschetto. La prima era sovrastata da un’Hedera helix molto vigorosa con rami possenti intrecciati sul tronco e sulle branche principali. Per prevenire il soffocamento della quercia l’abbiamo sfilata dalla chioma e sradicata da terra. La seconda, oltre la rimonda, ha richiesto anche un leggero sfoltimento per una maggior illuminazione delle parti basse della struttura che si stavano per disseccare del tutto a causa dell’ombreggiamento della sua stessa chioma. Inoltre, è stata leggermente direzionata verso i vuoti nell’aria lasciati dalle altre chiome che si incastrano al suo fianco. In seguito, vicino a questa grande Quercus abbiamo abbattuto degli Ailanthus altissima deceduti che compromettevano la sicurezza delle zone di confine. Ora infatti abbiamo accumulato tanta legna da ardere per il nostro bellissimo nuovo forno! Prima però bisogna procedere con lo stivamento della legna grossa e lo svolgimento delle fascine per la ramaglia più sottile.

Oltre a questi interventi urgenti di potatura abbiamo ristrutturato e liberato altre Rose canine, ormai quasi il simbolo organico dello spazio. Tra queste ne abbiamo trovata una sovrastata da tanti piccoli ricacci di Prunus, Ailanthus, Viburnum, Fraxinus e Clematis. Era quasi invisibile. Ora illumina il giardino con le sue bacche vistose, viene bagnata dal sole nelle ore del tramonto e quindi evidenziata dal giardino stesso in un modo imponente. Era già lì che aspettava che qualcuno la trovasse. È una reginetta, tronchi antichi, archi vigorosi, portamento aulico. Si trova a fianco del giardino didattico, tra il boschetto e il passaggio “pedonale”. Un consiglio da parte del giardino. Non abbiamo comprato ex novo una specie in vivaio, ma abbiamo semplicemente valorizzato le specie già presenti in loco, accompagnato il disegno progettuale sempre in mutamento dello spazio, indebolito la competizione delle contendenti vicine.

In fondo, nei pressi dell’Arundo donax, la canna domestica, abbiamo asportato tutte le canne secche, quelle cadute sugli orti e anche quelle laterali. In questo modo abbiamo ricompattato e sfoltito la muraglia di canne e quindi indebolito la chiusura verso l’orizzonte del giardino. Le canne tagliate poi verranno utilizzate per le strutture degli orti, per le recinzioni e soprattutto per i laboratori di giardinaggio con i bimbi.


Piante naturalizzate ai 300. La vagabonda dell’inverno ai 300

Quest’anno i 300 sono stati colonizzati capillarmente da una vagabonda astuta, sbarazzina, lungimirante, la Clematis vitalba. E quindi ci siamo messi a sfilare i suoi rami fibrosi e legnosi che si erano arrampicati ovunque: sui Viburnum, sulle Rose canine, tra le chiome del boschetto, tra i frutti e i Fraxinus in centro e sul confine e addirittura sulle grandi canne dell’Arundo donax.

La Clematis vitalba è una rampicante estremamente flessibile e infatti l’etimologia rimanda alla parola greca Klematos che richiama appunto il suo portamento flessuoso. Fiorisce in tarda primavera ciuffetti bianco/verdognoli riuniti a grappolo, leggeri, leggermente profumati ed ermafroditi. Si auto-dissemina con facilità e costruisce una tessitura di linee frastagliate e intrecciate vigorosamente agli arbusti e agli alberi. Non soffoca tanto quanto l’Hedera helix ma bisogna tenerla a bada e magari decidere di lasciarla andare sulle piante in fin di vita. L’una indietreggia e l’altra si espande impazzita sul suo corpo in ritiro. È il giardino in movimento, un patchwork plastico di forme e colori. Le foglie sono opposte, lanceolate e caduche. I frutti sono acheni leggeri, piumosi e decorativi in inverno.


Caroline Moccia, antropologa e giardiniera attiva sul territorio bolognese da circa un decennio. Scrive una tesi di laurea in Antropologia culturale dopo un lungo e intenso lavoro di campo a Cascina Bollate, un vivaio specializzato ubicato nella struttura penitenziaria di Bollate (MI). Dopo la conclusione della tesi di Laurea Magistrale continua a collaborare con il vivaio di Bollate in qualità di tutor, antropologa, giardiniera. Svolge lavori di giardinaggio e di ricerca antropologica - più specificatamente etnobotanica - con cinque giardinieri-detenuti, due agronomi e diversi volontari. Parallelamente alla collaborazione con la cooperativa Cascina Bollate, svolge dal 2014 lavori di manutenzione e progettazione di giardini presso un’azienda bolognese. Organizza costantemente progetti formativi basati sulla trasmissione del sapere del giardinaggio con gruppi di migranti, studenti, bambini.