L'autunno - Diario di giardinieri

 


Non vedi là in giardino 
quell’albero che tutto ancor non muore, 
dove ogni foglia che resta è un rubino? 

L’AUTUNNO
DIARIO DI GIARDINIERI 

✍️ Rubrica di giardinaggio a cura di Caroline Moccia


L’autunno è una seconda primavera. Il risveglio prima del riposo. La similitudine della dimensione climatica stimola molte piante a fioritura primaverile a ributtare qualche bocciolo. È anche la stagione in cui, prendendo in prestito le parole a Camus, “ogni foglia è un fiore”. Alla fine, l’infiorescenza è la materializzazione del processo di trasformazione organica del fogliame. In giardino ogni entità è mutevole, ogni elemento diventa molteplicità, ogni comportamento è relazionale. Il confronto come costruzione, il dialogo come cambiamento dello status quo. Il giardino in movimento. Tutto ciò che agisce sul posto costituisce al contempo il corpo e il divenire del luogo.


LE PIANTUMAZIONI, LAVORI AUTUNNALI

Come in primavera, in autunno si interviene poco sulle piante: in linea generale si possono potare quando sono in riposo vegetativo e visto che dopo il riposo estivo la linfa ricomincia a scorrere con intensità, la germinazione si riattiva, la capacità di attecchimento delle radici riprende vigore, si consiglia l’approccio giardiniere del lasciar fare – che in giardino non fa mai male! Da qui le condizioni ottimali invece per le piantumazioni. Le piogge stagionali poi rafforzano il processo di presa sull’ambiente e di crescita strutturale e i tappeti fogliari proteggono la flora sotterranea per sopravvivere ai mesi freddi.

Quindi in questo periodo ci siamo occupati delle piantumazioni in tre zone: il giardino didattico, il frutteto e il confine del passaggio calpestato che porta al bar. Stiamo seguendo la conformazione strutturale che il giardino ha intrapreso in questi anni: qualche integrazione, privazione, oppure evidenziazione di ciò che è già presente.

Dopo la serra si vede l’orizzonte del grande giardino dei 300. Si vede oltre la vigna. Una prospettiva d’insieme, una sintesi delle relazioni che abitano il luogo. Il giardino didattico dà il via a questa prospettiva. Con i suoi semi-cerchi progressivi che dal primo delle aromatiche si espande verso le vagabonde, non chiude il giardino con una barriera di siepi arbustive o piante imponenti ma sfuma la scala di percezioni dal basso verso l’alto. Favorisce l’ampiezza dello sguardo, prepara dolcemente il campo visivo verso i frutti, o verso il maestoso Arundo donax, o al frassino di fronte al bar. Una partitura crescente che accompagna la curva della collina. Dalle erbacee perenni ai frutti, dalle canne alle arboree, una variazione cromatica e architetturale contrastante ma accompagnata progressivamente. Da qui l’idea di intensificare i due livelli (erbacee e piante arbustive) e quindi integrare le piantumazioni nel giardino didattico continuando con la linea delle vagabonde, arbustini utili a livello didattico e bassi per non chiudere la vista sula giardino e integrare la zona dei frutti con alcuni arbusti.

Lungo il confine del percorso calpestato infatti abbiamo piantato da un lato, in pieno sole, una vegetazione resistente alla siccità: ginestre, rosmarini, origani, lonicere, Lychnis coronaria, mentre di fronte, ai piedi del boschetto, una vegetazione più adatta alla mezz'ombra e tappezzante: asparagi selvatici, gerani, mulembeckia. Piante autonome e resistenti ai periodi di siccità. Accompagnano il percorso con aromi e cromature di verde diverso, definiscono il sentiero, citano specie piantate altrove; sono piante ecologicamente rilevanti data l’alta capacità di r-esistenza in ambienti urbani, in terreni poveri, disidratati, argillosi. Inoltre, inibiscono la crescita dell’ailanto presente da anni in quel punto, che continua a ricacciare i polloni nonostante le vangature svolte. Il sentiero che collega il "teatro" alla zona ristoro è al centro di un lavoro di manutenzione. Il passaggio continuo lo ha, negli anni, compattato e inaridito completamente. A questo è da aggiungere che la pendenza naturale della collina e i lavori fatti nel tempo lo hanno deputato a diventare il canale prescelto per lo scorrimento dell'acqua piovana in eccesso. Questi due fattori lo hanno reso, allo stesso tempo, inospitale per le piante e difficoltoso da percorrere in caso di fango. Si è deciso innanzitutto di creare un piccolo argine con terra e tronchi di medie dimensioni in cima al sentiero, in modo che lo scorrere dell'acqua sia deviato verso il piccolo boschetto, laddove c'è abbondanza di radici assetate. In secondo luogo, per favorire il camminamento e limitare il compattamento abbiamo posto dei piccoli tronchi trasversalmente al sentiero.

Più in centro invece, verso i frutti, dopo il giardino didattico, abbiamo piantato un albicocchino e vorremmo piantare una Buddleja, un arbusto vagabondo con abbondante e lunga fioritura estivo-autunnale, chiamato anche l’albero delle farfalle, utile alle api e resistente alla siccità.

All’interno dei semi-cerchi didattici abbiamo continuato con la piantumazione delle vagabonde negli spazi lasciati liberi dalle specie già presenti nate spontaneamente o piantate la scorsa primavera. Un anno fa, in una delle due estremità dell’aiuola, abbiamo cercato di seminare e far germinare delle Digitalis purpurea, erbacee scapigliate e flessuose che spiccano alte piene di fiori bianchi a pois viola simili a quelli della campanula. Purtroppo i semi non sono riusciti a germinare, forse troppa argilla e troppa competizione. Perché proprio là dei Daucus carota (le carote selvatiche) hanno “progettato” e colonizzato lo spazio. Invece di eliminarli, abbiamo deciso di tenerli e curarli. Da un fallimento è nato un angolino delizioso disegnato dalle infiorescenze bianche a corimbo di queste vagabonde spontanee. Invece sono state messe a dimora Verbene bonariensis, Scabiose ‘Alba’, Jarava ichu, Eragrostis spectabilis, Equiseto hyamale, Lychnis coronarie, Centauree montane, Miscanthus silbefeder, altri/e Lythrum salicaria, Gauree, Pennisetum, Rudbeckie missouriensis (per approfondimenti circa queste specie consultare il catalogo del vivaietto!) e due arbustini utili a livello didattico. L’obiettivo è la realizzazione di uno spazio didattico ed estetico, con le condizioni strutturali per poter intervenire attraverso più pratiche formative: il diserbo (la caccia agli intrusi), la raccolta dei semi sui fiori sfioriti e dei fiori per fare i mazzi, la conoscenza di infinite varietà, quindi l’esplorazione di un’intensa biodiversità, la narrazione della storia (origine, migrazione, utilizzo e proprietà) di ogni pianta, la potatura didattica sui piccoli arbusti, lo studio empirico sul lavorio della fauna entomologica sulle fioriture e sul metodo di diffusione dei semi attraverso il vento tipico e direttamente visibile delle graminacee, le divisioni dei ceppi una volta che si sono propagati (visto che sono vagabonde), l’annaffiatura, la collocazione della pacciamatura, l’osservazione del movimento e del comportamento della vasta varietà. Mentre a livello estetico/paesaggistico il giardino didattico cerca di rispondere – come abbiamo già accennato - a un’ampia variazione di struttura (portamento e architettura dell’organismo) e di colori, nonché all’evidenziazione del resto del giardino.


LE PIANTE NATURALIZZATE AI 300, LA VAGABONDA DELL’AUTUNNO AI 300

In questo periodo il giardino dei 300 si mostra nel suo atto di spoliazione, il foliage cambia la scala di percezioni: stesso luogo, altra scenografia. Le caducifoglie presenti fanno emergere altri pigmenti che sono sempre presenti ma solitamente mascherati dalla predominanza della clorofilla. I frutti, i frassini, gli olmi, i pioppi, le viti, gli ailanti, le querce degradano quindi la presenza del pigmento verde per favorire i carotenoidi, flavonoidi ecc., gialli, arancioni o rossi e poi nudi. E quindi tappeti cromatici; dal prato fiorito al seme e poi un manto di sfumature autunnali. Le foglie appoggiate per riscaldare il suolo. Poi la decomposizione e l’arricchimento. Ogni azione una trasformazione. Una concatenazione strategica ma anche improvvisa e contingente. Il processo è il suo fine. La riproduzione la sua ambizione. Da qui il valore del vagabondaggio. Ogni storia di vita di queste varietà autoctone o esotiche naturalizzate pone il viaggio come elemento fondante del suo quotidiano. Si spostano per la sopravvivenza della specie attraverso il vento, la fauna e anche per via vegetativa. Ma alla fine, nessuna è mai uguale all’altra. Ognuna interpreta ogni angolino dei 300 con una diversa chiave di lettura, l’ampiezza biologica – e quindi la grandezza del ventaglio di possibilità - di ogni specie è immensa e la singolarità di ognuna anche. Inoltre, dato il movimento imprevedibile del giardino anche la gamma di possibilità dello stesso si mostra attraverso infinte variabili. Una danza caotica, a volte anche dadaista, la logica convenzionale viene costantemente messa in discussione. Vediamo un po’ qualche esempio.

La pianta vagabonda che eleggerei rappresentante della rassegna autunnale è la Rosa canina: l’architettura e le bacche in questo periodo si vedono di più, perchè la decadenza del lavorio vegetativo mette in luce ciò che rimane. Sgocciolamenti di colore nella brezza melanconica della stagione, cristallizzati al mattino, brillanti con il sole e velati al tramonto. Le linee tracciate dalla struttura incarnano il processo di crescita primaverile, estivo e di inizio autunno, e al contempo l’atto di arresto dello stesso al fine di raccogliere le ultime scorte e difese per i mesi a venire.

Forse è la pianta più diffusa in loco ma nessuna è uguale all’altra. Le rose vagabondano sparpagliate per tutto lo spazio. In ogni angolino dei 300 danno forma a un altro mondo, rielaborano la specifica offerta dell’ambiente e contribuiscono alla sua trasformazione. Un anno fa erano circondate e alcune sovrastate da molte altre specie arboree e non. Pian piano le abbiamo liberate, svecchiate, asportato il secco e diserbate intorno. Tutto il resto del lavoro lo hanno svolto loro.

La rosa canina è una pianta saggia e antica. Nata più di quaranta milioni di anni fa. Oggi è diffusa in Europa e in Asia medio-occidentale. Ha resistito secoli e secoli differenziandosi in varie specie. Un sapere antico e una sua continua rielaborazione.


All’entrata, a fianco alla serra lungo il passaggio sulla destra si incontrano varie rose canine che abbiamo liberato e ristrutturato dalla flora boschiva intorno. Pian piano hanno ridisegnato un ambiente disponendosi spontaneamente a mezzaluna. Noi le abbiamo solo scoperte e liberate. Nessun progetto a tavolino, nessuna pianta acquistata ex novo, ma un gioco ex aequo, il giardiniere e le piante che abitano il giardino. Non è una colonizzazione aprioristica sullo spazio, ma un’interazione mai statica e conclusiva. L’accento è posto sulla relazione. “In giardino non si è mai soli” disse un giorno un giardiniere ormai divenuto famoso. Le piante consigliano e il giardiniere accompagna. Le rose di questa mezzaluna spontanea si mostrano senza gerarchia, ma con un fare regale: i tronchetti liberi dai rami laterali creano una sorta di forma ad alberello, un arbusto altezzoso. La chioma cespugliosa, serpentina. Configura archi deformando lo spazio. Una mise en scène accogliente ma pretenziosa di una giusta precauzione. Le sue spine sono artigli che avvinghiano chiunque si avvicini senza le dovute accortezze. Una buona soluzione per il distanziamento sociale. Così spinosa da portare Plinio il Vecchio a diffondere la credenza che la radice di questa pianta fosse un utile rimedio contro la rabbia trasmessa dal morso del cane. Le spine dell’arbusto, infatti, erano paragonate alle zanne affilate dell’animale. Per questo nel 1700 Linneo attribuì a questa rosa il nome 'canina'.


Proseguendo questa passeggiata autunnale tra questi esemplari, si incontrano le tre rose piene di bacche che precedono il vivaietto. Qui costruiscono processualmente uno spazio creando deviazioni e intersecazioni mediante rami arcuati incastrati fra loro, linee frastagliate nello spazio che ti costringono a indietreggiare, o passare sotto e trovare una soluzione. Potremmo potarle per rendere più semplice e fluido il passaggio. Ma perché non lasciar disegnare – nei limiti della convivenza – il nostro passaggio anche a loro? Più tortuoso ma interattivo. Non ci siamo solo noi, a volte le spine ce lo ricordano. D’altronde, si armano di artigli proprio per difendersi. Proteggere anche la bellezza, le bacche, “sgocciolamenti di colore nell’aria”, in autunno si vedono di più, perché – come abbiamo già sottolineato - la spoliazione evidenzia gli elementi che restano. Palline sospese “nella brezza melanconica della stagione, cristallizzate al mattino, brillanti con il sole e velate al tramonto”. 

L’essenza dell’eleganza, less is more.



Caroline Moccia, antropologa e giardiniera attiva sul territorio bolognese da circa un decennio. Scrive una tesi di laurea in Antropologia culturale dopo un lungo e intenso lavoro di campo a Cascina Bollate, un vivaio specializzato ubicato nella struttura penitenziaria di Bollate (MI). Dopo la conclusione della tesi di Laurea Magistrale continua a collaborare con il vivaio di Bollate in qualità di tutor, antropologa, giardiniera. Svolge lavori di giardinaggio e di ricerca antropologica - più specificatamente etnobotanica - con cinque giardinieri-detenuti, due agronomi e diversi volontari. Parallelamente alla collaborazione con la cooperativa Cascina Bollate, svolge dal 2014 lavori di manutenzione e progettazione di giardini presso un’azienda bolognese. Organizza costantemente progetti formativi basati sulla trasmissione del sapere del giardinaggio con gruppi di migranti, studenti, bambini.